Dal Piemonte alla Georgia in moto - Dodicesima tappa: Intervista nella tendopoli

Il Saviglianese è anche su Whatsapp. Clicca qui per iscriverti gratuitamente al canale ed essere sempre aggiornato sulle ultime novità.
Nel corso del viaggio di ritorno, nel cuore della Cappadocia, Maria Gabriella Asparaggio e Gianluigi Hollò si imbattono in una tendopoli: qui abita una giovane donna araba con i suoi figli, in condizioni estreme.
La sera precedente e la mattina del 27 luglio visitiamo Erzurum. Poi riprendiamo il viaggio verso casa. La strada scorre veloce, ma una tendopoli lungo il percorso cattura il mio sguardo. Gigi sa già cosa sto per chiedergli. Nonostante ci aspettino ancora molti chilometri, accosta la moto e mi concede il tempo per un'intervista.
Ogni volta che ci avviciniamo a luoghi come questo c'è un momento di esitazione. Il timore dell'altro da parte nostra, come quello di essere derubati, ma bisogna anche provare a mettersi nei panni di chi nella tendopoli ci vive, per cui noi stiamo entrando in uno spazio privato e la presenza di due sconosciuti potrebbe risultare inopportuna. Eppure, nei nostri viaggi, quei timori si sono sempre dissolti appena dopo il primo saluto. L'accoglienza ricevuta da persone che possiedono così poco è una lezione di umanità che difficilmente si dimentica.
Qui conosciamo Hatice, una giovane donna araba di Urfa, ventisei anni, madre di tre bambine. Vive nella tendopoli insieme al marito e alla suocera. Sono lavoratori stagionali e seguono il ritmo delle raccolte. Il marito lavora per dei proprietari terrieri, coltivando zucchine, patate e verdure di stagione. Comunichiamo con Google Translate in turco, ma soprattutto attraverso gli sguardi, i gesti e i sorrisi, che spesso raccontano molto più delle parole.
Il marito lavora dieci ore al giorno per circa 1.500 lire turche, poco più di 30 euro. La donna con le mani mi mostra il gesto dello zappare, per farmi capire la fatica di quelle giornate trascorse sotto il sole cocente.
Siamo nel cuore della Cappadocia, una delle immagini simbolo della Turchia. Qui migliaia di turisti arrivano ogni anno per sorvolare i camini delle fate in mongolfiera o percorrere le vallate in quad. A pochi chilometri da quei paesaggi da cartolina esiste però un'altra realtà, quasi invisibile, fatta di tende, lavoro agricolo e sacrifici quotidiani. Nel campo vivono circa 150 persone.
Tra le tende mi colpisce un bambino che porta a passeggio una gallina con un piccolo collare. Una scena tenera e d'altri tempi, capace di strappare un sorriso.
Hatice mi racconta il suo sogno più grande: far studiare le sue tre figlie, almeno fino a quando avranno imparato una professione. Vuole offrire loro un futuro diverso dal proprio e il marito condivide pienamente questo desiderio. Nel campo, però, non tutti hanno avuto la possibilità di andare a scuola. Lo capisco parlando con un'altra donna che avevo incontrato appena arrivata. Solo più tardi scopro che non sa leggere né scrivere.
Hatice ci invita nella sua tenda per offrirci la colazione. Esce persino a comprare il pane fresco per accoglierci nel migliore dei modi e poi ci invita a restare fino a sera per cena. Non possiamo, dobbiamo riprendere il cammino. Prima di salutarci ci abbracciamo. Ricordo la sua schiena esile e la grandezza della sua ospitalità. Risaliamo sul nostro "cavallo ferrato" e ci accingiamo ad abbandonare i luoghi più celebri della Cappadocia, portando con noi la consapevolezza che, spesso, la vera ricchezza di un viaggio non si trova nei siti più famosi, ma negli incontri inattesi che cambiano il modo di guardare il mondo.
Maria Gabriella Asparaggio







