Dal Piemonte alla Georgia in moto – Decima tappa: Inizia il viaggio di ritorno

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Per i nostri corrispondenti Maria Gabriella Asparaggio e Gianluigi Hollò è giunto il tempo di lasciare la Georgia: al momento dei saluti non può che prendere il sopravvento un forte senso di nostalgia. Inizia il viaggio di ritorno in Italia.
Il momento che, personalmente, attribuisco come il più significativo di questo viaggio arriva dopo l'incontro con la donna che, a Tbilisi, ci aveva raccontato la sua protesta contro la politica filorussa del governo georgiano. È il giorno in cui raggiungiamo Mejvriskhevi, uno dei villaggi che sorgono a pochi passi dalla linea di separazione con l'Ossezia del Sud occupata dalla Russia.
Lungo la strada un piccolo cimitero richiama immediatamente la nostra attenzione. Quattro grandi bandiere georgiane sventolano sulle tombe. Il pensiero corre subito all'Ucraina e all'Armenia, dove abbiamo visto che i vessilli indicano vite spezzate in difesa del proprio Paese.
Entriamo in silenzio. Scopriamo che uno dei soldati è caduto durante la guerra russo-georgiana del 2008, mentre gli altri hanno perso la vita combattendo sul fronte ucraino. Uno aveva appena vent'anni, un altro era un promettente calciatore: la fotografia sulla lapide lo ritrae in divisa sportiva e, al centro della tomba, qualcuno ha lasciato un pallone. È l'ennesima conferma di quanto il popolo georgiano senta quella ucraina come una guerra anche propria, combattuta contro lo stesso espansionismo russo che continua a minacciare il Caucaso.
Raggiungiamo quindi Mejvriskhevi. Al centro del villaggio resiste una modesta e decadente statua di Stalin, simbolo di un passato che molti georgiani vorrebbero definitivamente archiviare.
Da qui ci avviciniamo alla linea di confine. Gli abitanti ci accolgono con grande cordialità. Alcuni anziani ci confidano che il problema non è il popolo russo, ma chi governa la Russia. In questa zona il fenomeno del cosiddetto "confine strisciante" si avverte meno che altrove: quella lenta avanzata delle recinzioni che, nel corso degli anni, ha sottratto terreni e abitazioni ai contadini georgiani.
Incontriamo Beqa, un giovane del posto. Ci racconta di essere stato arrestato e portato nella prigione di Tskhinvali dopo aver oltrepassato il confine. È rimasto prigioniero per cinque giorni ed è stato picchiato. Mentre parla porta le mani al volto e ripete i gesti dei colpi ricevuti. Non serve aggiungere altro: il suo racconto vale più di qualsiasi analisi politica.
Raggiungiamo il limite consentito. Due militari delle forze speciali georgiane sorvegliano la zona. Il più giovane prova a spiegarci in inglese la situazione, ma viene subito interrotto dal collega più anziano, che parla soltanto georgiano. Dopo una decina di minuti il colloquio termina cortesemente: ci invitano a tornare indietro perché devono riprendere il servizio.
Lasciamo il confine e ci fermiamo sotto una pensilina, dove si ritrovano gli abitanti del villaggio. Uno di loro ci offre spontaneamente dei cetrioli appena raccolti e alcune pere. Intorno a noi la strada è ancora sterrata: c'è chi lavora alla sistemazione della casa, chi trasporta frutta sulle carriole, chi si sposta lentamente tra le case. L'atmosfera ricorda quella dell'Italia rurale di inizio Novecento.
Prima di ripartire acquistiamo il tradizionale pane georgiano, il migliore che abbia mai assaggiato.
Accanto alla straordinaria ospitalità della popolazione, c'è però un aspetto della Georgia che continua a colpirmi profondamente: il rapporto con gli animali, soprattutto nelle campagne. Ovunque incontriamo cani randagi magrissimi, affamati, spesso feriti o mutilati. A Mejvriskhevi assistiamo a una scena che ci lascia senza parole: davanti a una macelleria una giovane mucca è legata su un carro, esposta al sole, senza acqua né cibo. Rimane così per tutto il tempo della nostra intervista. Al ritorno è ancora lì e il suo muggito sembra un lamento che non si riesce a dimenticare. È una realtà che appare molto distante dalla sensibilità europea verso il benessere animale. A Tbilisi la situazione è diversa: la capitale mostra una maggiore attenzione e ci sono persone che si prendono cura dei cani randagi o li adottano. Ma nelle zone rurali il cammino culturale su questo tema appare ancora lungo.
Nel pomeriggio risaliamo in moto e ci dirigiamo verso il confine turco. Mentre lasciamo la Georgia ci accompagna una sottile malinconia: il viaggio di ritorno è ormai iniziato, ma le storie raccolte lungo questa frontiera continueranno ad accompagnarci molto più a lungo dei chilometri percorsi.
Maria Gabriella Asparaggio







