Ritorno ai confini dell'Ucraina: episodio 9 - Le parole di un mutilato di guerra

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Quella che la nostra Maria Gabriella Asparaggio vede a Ovest è quella di un'Ucraina in ricostruzione, che “sente meno” la guerra ma che continua a provarla sulla propria pelle, fra edifici e monumenti in ricostruzione e raccolte fondi, fortunatamente intervallate dai giochi dei bambini. La nostra corrispondente riesce ad avvicinarsi a un mutilato di questa guerra e a raccogliere alcune sue considerazioni sul conflitto.
Una città in ricostruzione
Lviv è una città caotica nel suo centro sempre e solo nelle ore di punta, sia in estate, sia in inverno, sia con la guerra sia senza. Lviv ha un suo fascino particolare che ti ammalia: è una città signorile con i suoi teatri e le sue chiese; è lo zoccolo duro di chi vuole l'avvicinamento all'Europa e risente maggiormente nei suoi edifici e palazzi l'influenza occidentale rispetto alle altre città ucraine, compresa la magnifica Kiev.
In questa città la guerra ha distrutto alcune vie che già sono state ricostruite, anche se sono pochi i cantieri in atto, perché gli uomini sono impiegati diversamente. Nel suo cuore le statue sono ancora impacchettate come due anni fa, ma nel complesso la città pare ora difendersi di meno dai bombardamenti con sacchi di sabbia che permangono presso le università, gli ospedali e le scuole.

La colonna in secondo piano è il monumento ad Adam Mickiewicz, poeta e scrittore polacco. La statua in primo piano, invece, è la Vergine Maria, in piazza Mariyska
Le parole di un mutilato di guerra
Nel mio mordi e fuggi continuo tra Shklo e Lviv, in città trovo il coraggio di avvicinarmi a un mutilato di questa guerra in corso. Lui ormai ha già fatto i conti con la sofferenza e la propria invalidità, che vede e di cui sente il peso sempre. Per me invece è diverso: provo una certa ritrosia, riserbo, paura, perché lui comunque rappresenta la diversità; lui raffigura il dolore permanente e vivo. Ci vuole coraggio a guardare i suoi monconi e chiedergli di mostrarsi al mondo attraverso un video. Attraverso quest'uomo ferito a Kerson non potremo dimenticare questa guerra nemmeno quando sarà finita. Inoltre, c'è la battaglia quotidiana contro la sofferenza, che nessuno di noi vorrebbe vivere.
Con naturalezza si lascia intervistare. Ferito a Kerson, ha subìto più interventi ed è stato in vari ospedali. Lui in realtà mette in mostra la sua invalidità perché, con una pensione da fame, è diventata fonte di risorsa per sbarcare il lunario attraverso la pietà. Alla domanda se ha famiglia mi risponde che è solo e che ha 46 anni.
Gli lascio un'offerta nella scatola che ha di fianco a sé. Resta lì tutto il giorno, perché lo ritrovo nello stesso posto verso l'imbrunire, quando ritorno dall'autobus per rientrare a Shklo.
In sostanza, la guerra a Lviv si vede nei funerali, nei mutilati, nel coprifuoco, nella propaganda per la strada che invita ad arruolarsi come paramedico o nella pubblicità dell'abbigliamento militare.
Sulla prosecuzione della piazza del Teatro dell'Opera c'è un camioncino che ho visto stazionare per un paio di giorni. Sopra ha raffigurata un'immagine di droni. Chiedo che funzione abbia. Il militare mi risponde che lui è un veterano e che raccoglie soldi per la sua brigata per comprare dei droni. Lascio un'offerta.
Questo è il veterano che raccoglie soldi e vende qualche oggetto per finanziare il suo gruppo: anche questo evidenzia come gli armamenti in dotazione non siano sufficienti.
Confesso che quando sono partita per questo viaggio avevo paura, ma ero determinata. Invece sono stata fortunata, perché non ho sentito né un allarme, né mi sono ritrovata sotto i bombardamenti, perché nell'Ucraina occidentale la guerra si sente di meno. Anche due anni fa, con mio marito arrivai a Lviv appena dopo i bombardamenti, ma decidemmo di non recarci sul posto. Invece a Lviv in questi giorni ho rischiato più di scivolare e di rompermi una gamba, che di restare sepolta sotto le macerie, perché l'inverno qua è rigido e mi ricorda la Savigliano di quando ero bambina. Si vede spargere la sabbia, le draghe raccogliere la neve e le donne addette del comune spaccare il ghiaccio per la strada. I bambini giocano con la neve e scivolano su slittini e piattelli nei paesi e nei parchi di Lviv.
Un altro posto in cui decido di andare a Lviv è la stazione ferroviaria insieme con quella antistante dei bus: simbolo per antonomasia del viaggio, degli spostamenti, degli incontri e degli addii. Anche qua ci si imbatte con la guerra nei manifesti, nei QR code di raccolta soldi per il fronte, nei militari che salutano. E qua osservo le famiglie con i papà che partono e le coppie che si abbracciano. Rubo la loro intimità con qualche scatto.
Nella stazione c'è una cartina dell'Ucraina con le linee ferroviarie: immediatamente noto che la Crimea e il Donbas sono territori di questo Paese offeso, aggredito, occupato da chi non ha nemmeno il coraggio di chiamare con il termine guerra quest'invasione ma la definisce Operazione speciale.
di Maria Gabriella Asparaggio



