Dal Piemonte alla Georgia in moto – Terza tappa: Turchia, una scomoda verità

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Riprendiamo il racconto del nostro viaggio: nel quarto giorno attraversiamo due confini, dalla Bulgaria alla Grecia e poi dalla Grecia alla Turchia, entrando per la terza volta in moto in un Paese che continua ad affascinarmi e a sorprendermi.
Valichiamo la frontiera di Ipsala. Le automobili sono ferme in una lunga coda, mentre con la moto raggiungiamo rapidamente i posti di controllo. Questo, però, non significa entrare in fretta. Le verifiche sono accurate e i tempi si allungano. I primi soldati hanno il volto coperto e l'intera frontiera appare fortificata. Nemmeno nei miei viaggi in Ucraina, Paese in guerra, avevo visto un confine con un simile dispiegamento di uomini e mezzi.
L'ingresso è studiato per trasmettere un messaggio preciso: la forza dello Stato turco. Le bandiere rosse con la mezzaluna sventolano ovunque e, accanto a esse, campeggia l'immagine di Mustafa Kemal Atatürk, il padre della Repubblica. È difficile trovare una casa, un negozio o un ufficio che non esponga il suo ritratto. Il senso di appartenenza nazionale accompagna il viaggiatore fin dal primo metro oltre il confine.
Percorriamo l'ultimo tratto della costa turca sul Mar Nero, da Şile a Türkali. Con questo viaggio possiamo dire di averla ormai attraversata interamente nell'arco degli ultimi tre anni. È una costa frequentata soprattutto dai turchi, con spiagge libere sorvegliate da bagnini seduti sulle loro alte postazioni, quasi fossero sentinelle del mare.
Lasciamo poi il litorale per addentrarci nell'Anatolia. Le strade sono più lente del previsto e il viaggio richiede pazienza. È proprio questa lentezza, però, a permettere di cogliere l'anima di un Paese fatto di profonde contraddizioni.
La Turchia, a mio avviso, va osservata senza gli schemi con cui spesso giudichiamo l'Oriente. Alcuni aspetti colpiscono negativamente, come il diffuso randagismo dei cani. Altri, invece, conquistano immediatamente. L'ospitalità è uno di questi. Non passa giorno senza che qualcuno ci offra un tè o si renda disponibile ad aiutarci.
Un episodio, più di altri, racconta questo spirito. Ci fermiamo presso un rivenditore di camion chiedendo semplicemente di poter utilizzare la toilette. In pochi minuti il proprietario sistema un tavolino, stende alcuni fogli di giornale come tovaglia improvvisata e ci offre tutto ciò che ha a disposizione. Accanto a lui c'è il figlio, ancora bambino. Senza grandi discorsi, quel padre gli sta impartendo una preziosa lezione di generosità e accoglienza.
La sera, in albergo, accendo il televisore. Tutti i telegiornali trasmettono immagini dedicate al decimo anniversario del tentato colpo di Stato del 15 luglio 2016. Il giorno successivo acquisto diversi quotidiani per capire come venga raccontata questa ricorrenza.
Le differenze tra le testate sono limitate. Il quotidiano Özgür Kocaeli dedica un'intera pagina al decennale del fallito golpe, attribuito dal governo al movimento di Fethullah Gülen, definito con l'acronimo "FETÖ". I titoli utilizzano un linguaggio fortemente patriottico e insistono su un messaggio preciso: la democrazia sarebbe stata salvata dal popolo che si oppose ai militari. Una narrazione che rafforza l'idea di un governo interprete della volontà della nazione.
Anche il quotidiano Türkiye segue la stessa linea, sottolineando come il movimento di Gülen sia ormai quasi del tutto smantellato e come il 15 luglio sia diventato il "Giorno della Nazione", una ricorrenza che il presidente Recep Tayyip Erdoğan accosta ai grandi momenti fondativi della storia turca.
È proprio qui che emerge uno degli aspetti più interessanti della comunicazione politica del Paese. Sui grandi manifesti che costeggiano le strade, l'immagine di Erdoğan compare spesso accanto a quella di Atatürk e alla bandiera turca, in una rappresentazione che sembra voler inserire l'attuale presidente nel solco del fondatore della Repubblica.
Più articolata appare invece l'impostazione del quotidiano Karar. Pur senza allontanarsi completamente dalla narrativa istituzionale, dedica spazio ai temi della giustizia, all'attività dell'opposizione e ai diritti civili. Si occupa dell'aumento del prezzo del petrolio, delle difficoltà di molte famiglie a permettersi una vacanza, della guerra in Ucraina e delle morti sul lavoro, che nel solo mese di giugno hanno raggiunto quota 228.
Viaggiando attraverso l'Anatolia, questi temi assumono un volto concreto. I cantieri edili privi di adeguate protezioni sono una costante e fanno riflettere. Colpisce anche la presenza di tanti ragazzi che affiancano i genitori nelle attività quotidiane: servono nei piccoli negozi, lavorano nelle stazioni di servizio, accompagno ospiti negli alberghi o conducono gli animali al pascolo.
Uno, in particolare, mi è rimasto impressio. Al mattino presto era già seduto sul marciapiede. Non ho avuto il coraggio di fissarlo troppo a lungo per capire se aspettasse dei clienti per lucidare le scarpe o se stesse cercando di vendere qualcosa. Qualunque fosse il suo compito, quella scena racconta più di molte statistiche.
Maria Gabriella Asparaggio









