“I Russi Liberi d’Italia che fanno paura al Cremlino”

Le considerazioni di Tatiana Litvinova, rappresentante del gruppo di Torino dei Russi Liberi.
06 Giu 2025   

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Il 21 aprile scorso, il governo di Mosca ha ufficialmente dichiarato “organizzazione indesiderabile” la Comunità dei Russi Liberi in Italia. L’annuncio è arrivato dall’Ufficio della Procura generale russa, che ha accusato il gruppo di «ritrasmettere propaganda occidentale» e di «organizzare raduni e manifestazioni antirusse» nel tentativo di attirare l’attenzione pubblica sulle violazioni dei diritti umani in Russia. Una decisione che non ha colto del tutto di sorpresa i membri della comunità, ma che ha comunque il peso di una condanna ufficiale.

Per capire meglio le implicazioni di questa scelta e il clima che si respira tra gli esuli russi in Italia, abbiamo raggiunto Tatiana Litvinova, rappresentante del gruppo di Torino dei Russi Liberi.

«Ce lo aspettavamo – racconta Tatiana –. Era già successo ai nostri connazionali in altri Paesi. Ma quando la notizia arriva davvero, fa impressione comunque». Da tempo, per chi come lei è impegnato pubblicamente in iniziative contro il regime di Putin, tornare in Russia è considerato pericoloso. «I nostri volti non li abbiamo mai nascosti. Potremmo essere accusati di crimini gravissimi, fino all’alto tradimento – spiega –. La paura è concreta e il rischio di arresto è sempre presente, perché non c’è un sistema di garanzie e una denuncia può raggiungere indiscriminatamente chiunque. È proprio su questo che punta il regime: tenerti sotto pressione costante, impedendoti di vivere sereno».

Tatiana non mette piede in Russia da prima del Covid. Il dolore più grande, però, per le persone del gruppo non è tanto quello di non poter tornare, quanto quello di non poter essere vicino ai propri cari. «Sapere di avere laggiù genitori anziani, parenti che invecchiano senza poterli aiutare, temere ritorsioni nei loro confronti… è un pensiero che ti divora l’anima» confessa. Nonostante questo, Tatiana sente il dovere di continuare a parlare. «Se non lo faccio io, che ho una doppia cittadinanza e posso permettermi di raccontare le cose da qui, chi potrebbe farlo?».

E i simpatizzanti come me, che hanno partecipato a qualche vostra manifestazione e scritto lettere ai prigionieri politici in Russia, rischiano qualcosa entrando nella Federazione russa?

«Per le persone con doppia cittadinanza (italiana e russa) o con cittadinanza esclusivamente straniera, il rischio di essere arrestate è molto più alto, perché spesso vengono usate come “merce di scambio”. E finché questo scambio non avviene, restano in carcere».

Alla domanda se ha paura di finire nelle carceri russe, la risposta è netta. «Mi terrorizza – ammette –. Ma vivo con un dilemma: se fossi in Russia, sarei in grado di affrontare la prigione consapevole che l’unica utilità che ne deriverebbe sarebbe di sentirmi con la coscienza pulita?».

La dichiarazione di “organizzazione indesiderabile” da parte di Putin, però, viene letta anche come un segnale positivo. «È il riconoscimento che diamo fastidio. Certo, non ha paura di noi, perché il suo potere poggia su due pilastri: la propaganda che convince la gente e la macchina repressiva che schiaccia il dissenso».

Il confronto con il periodo staliniano emerge spontaneo. «Nei numeri non c’è paragone – racconta Tatiana –. Ma c’è una differenza fondamentale, che non riguarda il motivo per cui si finisce in prigione -perché anche all’epoca si poteva essere giustiziati per nulla - bensì il fatto che oggi, grazie a internet, le notizie si diffondono velocemente. Conosciamo molti prigionieri politici, corrispondiamo con loro e questo rende la repressione molto più vicina, parte della quotidianità, senza la necessità di grandi numeri».

Ed è una repressione che colpisce anche i più giovani. «Ci sono ragazzi come Arsenij Turbin, appena maggiorenni o persino minorenni, rinchiusi per dissidenza. Alcuni vengono provocati e incastrati dall’FSB, l’ex KGB».

Ma com’è la vita oggi in Russia? «Seppure mi manchi l’esperienza diretta, poiché vivo qua, le notizie sono di un’inflazione alta, come dimostra il prezzo dei francobolli che utilizziamo per spedire le lettere ai prigionieri politici. Ogni volta che ne compriamo, dobbiamo verificare il costo perché aumenta di continuo».

Una testimonianza dura, cruda e necessaria quella di Tatiana, perché testimonia che anche a migliaia di chilometri da Mosca, ci sono voci che il Cremlino non riesce a far tacere. E forse proprio per questo fanno davvero paura. Inoltre la storia di Tatiana e dei Russi Liberi d’Italia ci ricorda che nessun regime, per quanto potente, può controllare del tutto la coscienza di chi sceglie di non tacere. E che, anche lontano da casa, la libertà di parola resta un diritto da difendere ogni giorno.

di Maria Gabriella Asparaggio