Dal Piemonte alla Georgia in moto – Undicesima tappa: Il rientro in Turchia

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Rientrati in territorio turco, i nostri Maria Gabriella Asparaggio e Gianluigi Hollò visitano il magnifico sito archeologico di Ani, il simbolo della grandezza perduta della civiltà armena. E qui "le pietre parlano più degli uomini".
Venerdì 24 luglio lasciamo la Georgia attraversando il valico tra Vale e Türkgözü e rientriamo in Turchia. Con questo confine superiamo simbolicamente il giro di boa del viaggio: da qui inizia il ritorno verso l'Italia.
Per un paio di giorni percorriamo le montagne dell'Anatolia orientale. Ritroviamo immagini che avevamo già visto all'andata, come i caratteristici mattoncini di letame lasciati essiccare al sole e accatastati per essere utilizzati come combustibile durante il lungo inverno. Pernottiamo a Posof, piccolo centro di poco più di duemila abitanti immerso tra boschi e vallate verdissime, dove taluni pastori accompagnano ancora a cavallo le mandrie di mucche lungo i pendii.
Sabato 25 luglio raggiungiamo invece uno dei luoghi più affascinanti dell'intero viaggio: il sito archeologico di Ani, inserito dal 2016 nella lista del patrimonio mondiale UNESCO. Si trova nei pressi del villaggio di Ocaklı, a circa 45 chilometri da Kars. Dopo oltre vent'anni di sforzi internazionali, questo luogo, un tempo simbolo di tensioni e instabilità geopolitica, è diventato un importante centro di turismo culturale.
Ani lascia senza parole. Immensa, silenziosa, sospesa nel tempo, è conosciuta come la "città delle mille e una chiesa". Fu la splendida capitale del Regno armeno dei Bagratidi tra il X e l'XI secolo, prima di passare sotto il dominio bizantino, selgiuchide, mongolo e infine ottomano. Il devastante terremoto del 1319 ne accelerò il declino definitivo. Nel periodo di massimo splendore ospitava tra i centomila e i duecentomila abitanti ed era uno dei principali crocevia commerciali tra Oriente e Occidente. Le sue chiese e i suoi edifici rappresentavano un'eccellenza assoluta dal punto di vista architettonico e artistico.
Per gli armeni Ani è il simbolo della grandezza perduta della propria civiltà. Oggi, però, si trova in territorio turco, lungo un confine completamente sigillato con l'Armenia. Camminando lungo il bordo del canyon che divide i due Paesi si osserva chiaramente il territorio armeno. In alcuni punti perfino la recinzione di confine risulta tagliata e, per il semplice gusto di rimettere piede per un istante sull'altra sponda, oltrepasso quel varco simbolico.
Da entrambe le parti del canyon sono ben visibili le torrette di osservazione dei militari. Sotto le mura dell'antica città si distinguono i resti del ponte medievale di Ani, un tempo collegamento tra le due rive e oggi testimonianza di un confine che separa completamente due popoli. La situazione politica resta delicata. È consentito fotografare le rovine, ma è assolutamente vietato immortalare le installazioni militari.
Molte chiese sono in condizioni precarie e in alcuni punti il degrado è così avanzato da rendere necessario prestare attenzione ai crolli. Si visitano la maestosa Cattedrale di Ani, la chiesa di Tigran Honents e la moschea di Menüçehr, quest'ultima sorprendentemente ben conservata. Qua e là pascolano persino alcuni buoi, in quella che fu una delle città più importanti del Caucaso.
La vista sul canyon è spettacolare. A colpirmi è soprattutto la presenza, sul lato armeno, non solo della bandiera nazionale ma anche di quella russa. Non siamo al confine con la Russia, eppure quella bandiera racconta ancora il profondo legame storico e militare tra Erevan e Mosca, nonostante il progressivo avvicinamento dell'Armenia all'Occidente dopo la perdita del Nagorno Karabakh, mentre la Russia è rimasta sostanzialmente a guardare.
In serata raggiungiamo Erzurum, città profondamente turca. Anche qui la propaganda del presidente Erdoğan è onnipresente: i suoi manifesti campeggiano ovunque accanto all'immagine del padre della Repubblica, Mustafa Kemal Atatürk, in un curioso accostamento tra il fondatore dello Stato moderno e l'attuale leader del Paese.
Ogni confine attraversato in questo viaggio racconta una storia diversa. Ad Ani, però, le pietre parlano più degli uomini: ricordano un passato glorioso, ma soprattutto mostrano quanto la geopolitica continui ancora oggi a decidere il destino dei luoghi e dei popoli.
Maria Gabriella Asparaggio









