Una società di trasporti piemontese ha vinto una causa contro l'Inps: «Contributi chiesti in modo illegittimo»

L'Istituto pretendeva 113mila euro ricalcolando i contributi fino alla prima iscrizione dell'azienda: la Sezione Lavoro del Tribunale di Cuneo ha accolto il ricorso
07 Mag 2026   

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Centotredici mila euro di contributi contestati, il DURC bloccato, l'attività a rischio paralisi. Per una piccola società di autotrasporto di Fossano, i verbali ispettivi dell'INPS avevano aperto uno scenario da incubo: senza il Documento Unico di Regolarità Contributiva non si lavora con i committenti pubblici, non si partecipa alle gare, non si fattura a gran parte della clientela privata. Un blocco che, se non fosse stato impugnato, avrebbe potuto mettere in ginocchio l'impresa.

Invece, con la sentenza n. 311/2026 depositata il 15 aprile scorso, il Giudice del Lavoro del Tribunale di Cuneo, dott. Michele Basta, ha dato pienamente ragione alla società: nessun debito verso l'INPS, DURC da rilasciare immediatamente, e l'Istituto condannato anche al pagamento delle spese legali per oltre 4.600 euro.

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La contestazione: retroattività illegittima

Al centro della vicenda c'è una questione tecnica, ma dalle conseguenze molto concrete. L'INPS aveva contestato alla società la perdita della qualifica di impresa artigiana — che garantisce un regime contributivo più favorevole — sostenendo che il numero di dipendenti avesse superato la soglia consentita di otto unità. Fin qui, nulla di anomalo: è uno degli accertamenti più comuni nelle verifiche ispettive sulle imprese.

Il problema era un altro: l'Istituto aveva deciso di applicare il nuovo inquadramento con effetto retroattivo, ricalcolando i contributi non dalla data in cui i verbali erano stati notificati all'azienda — maggio 2023 — ma fin dalla prima iscrizione della società stessa. In altri termini, pretendeva di recuperare anni e anni di differenze contributive per una classificazione che aveva comunicato solo nel 2023. E lo faceva nonostante le proprie stesse circolari interne stabilissero il contrario.

La difesa, affidata all'avv. Alberto Rizzo di Bra — professionista con consolidata esperienza nel diritto del lavoro e previdenziale — insieme al collega avv. Alberto Perroncito di Asti, ha smontato la pretesa dell'Istituto su questo punto. Ha dimostrato che lo stesso INPS, nei propri atti interni, aveva riconosciuto il superamento della soglia degli otto dipendenti solo a partire dal 2017 — eppure pretendeva di ricalcolare i contributi fin dall'inizio. Un'incongruenza che il Giudice ha ritenuto insostenibile alla luce della normativa vigente e della più recente giurisprudenza della Corte di Cassazione.

La sentenza

Il Tribunale di Cuneo ha accolto integralmente il ricorso. Il giudice ha richiamato sia la normativa di settore sia la circolare INPS n. 113 del 2021 — documento che la stessa Istituto non aveva rispettato — per affermare un principio chiaro: i verbali ispettivi notificati il 30 maggio 2023 possono produrre effetti solo dal periodo di paga in corso a quella data, e non per gli anni precedenti.

Le conseguenze pratiche sono immediate: la società di Fossano e i due soci personalmente non hanno alcun debito verso l'INPS per i contributi, le sanzioni e le somme aggiuntive contestate con quei verbali. E l'Istituto è stato obbligato a rilasciare il DURC, il documento che consente all'azienda di tornare a operare senza vincoli burocratici.

Un segnale per le imprese del territorio

Al di là del caso specifico, la sentenza ha una portata che va oltre le mura del Tribunale di Cuneo. Le piccole e medie imprese del Cuneese — e più in generale le realtà artigiane e familiari che costituiscono l'ossatura produttiva del territorio — si trovano spesso a fare i conti con contestazioni contributive che, per la loro complessità tecnica, rischiano di essere accettate senza essere messe in discussione. Il costo di un contenzioso, i tempi della giustizia, il peso burocratico: tutto spinge verso la resa.

Questo caso dimostra che non sempre è la strada giusta. Quando la contestazione è fondata su un'applicazione scorretta delle norme — come in questo caso, dove l'INPS chiedeva una retroattività che le proprie stesse circolari escludevano — i margini per difendersi esistono. E, a volte, portano a una vittoria netta.