Un decennio di don Maurilio: «La mia vocazione mai in discussione»

L'uomo di fede è parroco di Racconigi e Murello dal settembre 2016
03 Ott 2026   ,

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Dieci anni possono sembrare un lungo periodo, ma per don Maurilio Scavino sono passati quasi senza accorgersene. A ricordargli il tempo trascorso a Racconigi sono soprattutto le fotografie, quelle immagini che raccontano una comunità cambiata e, insieme, un parroco che in questi anni è cresciuto con essa.

Domenica 20 settembre, alle 10.45, il piazzale del Castello Reale ha ospitato la messa domenicale della festa del paese, un appuntamento particolarmente sentito che ha riunito numerosi fedeli, rappresentanti delle istituzioni, associazioni e volontari. Una celebrazione animata dalla banda cittadina, dedicata ai patroni Beata Caterina e Clemente Marchisio, ma anche a don Maurilio, che proprio in questi giorni ha raggiunto il traguardo dei dieci anni di servizio pastorale nella nostra città. A presiedere la celebrazione è stato monsignor Flavio Giovenale, vescovo in Brasile, nella diocesi di Cruzeiro do Sul, legato al nostro pastore da un rapporto di amicizia.

Don Maurilio Scavino è parroco di Racconigi e Murello dal settembre 2016. Nato nel 1974 e cresciuto a Druento, è stato ordinato sacerdote nel 2002, all'età di 28 anni, dall'arcivescovo Severino Poletto, dopo gli studi teologici in seminario e un diploma da perito grafico pubblicitario. Prima di arrivare qui aveva prestato servizio per tre anni nella parrocchia Maria Speranza Nostra, in barriera di Milano a Torino, per due anni a Mirafiori Sud, nella parrocchia di San Luca, e per quattro anni a Pianezza, nella parrocchia dei Santi Pietro e Paolo; quindi il primo incarico da parroco nella parrocchia Madonna di Fatima in Torino, per cinque anni. Nello stesso periodo ha insegnato alle scuole medie di Druento, come docente di religione; successivamente è stato anche vicepreside.

L'arrivo nel nostro paese è maturato anche per il desiderio dello stesso don Maurilio e in considerazione dell'età e dei problemi di salute del predecessore, don Aldo Giraudo. Il vescovo Cesare Nosiglia dispose così il trasferimento.

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Don Maurilio, da dove nasce la tua vocazione?

«Io provengo da una famiglia cristiana, la mia vita era: casa, chiesa e scuola. Ho fatto le medie dai salesiani, mio zio era prete, mia zia era suora, ed ero affascinato da alcune figure come quella del mio vice parroco. Al termine delle medie ho messo da parte quel pensiero interiore di approfondire gli studi ecclesiastici, che mai ho condiviso con gli altri, scegliendo un istituto tecnico, optando, in terza, per l’indirizzo umanistico. Preso il diploma, ho deciso di incontrare uno dei preti delle scuole medie e i responsabili della diocesi per capire se quello che sentivo da tanti anni era qualcosa di serio o un’illusione. Sono entrato in seminario nel 1994 dove sono rimasto per sette anni; sono uscito un anno per approfondire la vocazione, durante il quale ho fatto un cammino con il Movimento dei Focolari, per poi rientrare in seminario».

C’è qualcosa a cui hai dovuto rinunciare con un po' di difficoltà scegliendo il ministero ordinato?

«Fare il carabiniere e avere una famiglia».

La tua vocazione è mai stata messa in discussione da qualcosa?

«Il cammino di formazione è stato fatto bene, le scelte sono state ponderate. Le incertezze sono umane, mi appartengono, ma non tanto da mettere in discussione la mia vocazione».

Com’è il bilancio di questi 10 anni a Racconigi?

«Questi dieci anni sono volati. Non mi sembra neppure che siano passati. Ma le foto mi "inchiodano" alla realtà: sono cambiato io e sono cambiate le persone attorno a me. Fin da subito sono stato accolto da persone generose e che mi hanno accreditato affetto. Non sono mancate le fatiche dell'inizio, ma non sono mai stato solo. Non ho dovuto suscitare generosità, quella l'ho trovata. Il mio compito è stato quello di far convergere permettendo di far crescere il senso di identità comunitaria. Far sentire le persone davvero parrocchia è stato il cammino di questi 10 anni, un cammino mai finito. Un caro amico racconigese, Giorgio Reviglio, definì con uno slogan il mio operato: "conservare renovando".

Ti rappresenta?

«In effetti, sì. Amo la tradizione secolare della chiesa e ho riportato al centro l'importanza dell'Eucaristia. Tridui e processioni non mancano nella pastorale che ho impostato. Ma non è mai un ritorno al passato. In questi anni la liturgia si è arricchita di tecnologia, i giovani sono diventati protagonisti delle messe soprattutto estive; ci siamo inventati "Giochi di una volta al sapore di brace", per citare un'attività rivolta a tutta la città. Questo perché nella mia idea la parrocchia è sempre proiettata all'esterno e comunica sempre col mondo laico. Pensiamo anche alle gite sul territorio dell'Estate insieme. Il centro estivo che raduna il maggior numero di ragazzi del territorio, con le sue passeggiate in frazione permette di far incontrare generazioni diverse e portare vita in luoghi che negli anni si sono spopolati. La parrocchia è sempre sul territorio. A questo proposito è nel secondo anno del mio mandato che veniva fondato e da me fortemente voluto il Gruppo Caritas. Se dovessimo riassumere i pilastri di questi dieci anni sono: Eucaristia al centro (anche nel percorso catechistico), consolidamento dell'identità parrocchiale (e costituzione del consiglio interparrocchiale), creazione di relazioni tra le associazioni e presenza di servizio sul territorio e Caritas per l'attenzione alle famiglie in fatica».

Come e perché é cambiata la Chiesa in questi ultimi anni?

«La Chiesa cambia perché la società cambia. Il Vangelo si incarna nella realtà. Oggi si trova di fronte la sfida della scristianizzazione, del calo demografico, del calo di vocazioni».

Cosa vuol dire fare il parroco oggi?

«A differenza del passato, fare il parroco porta una sua complessità. Spesso si diventa l’unico riferimento spirituale di prossimità e si deve fare necessariamente i conti con il tempo, che non è infinito. Tuttavia, con orgoglio sento che un prete concretamente inserito nel suo contesto sociale è e resterà un riferimento irrinunciabile per giovani, famiglie e anziani. Senza un parroco le innumerevoli generosità rischiano di disperdersi in personalismi».

Dove ti vedi tra 10 anni?

«Bella domanda! Sono a servizio della Chiesa, e non ho mai fatto pressioni ai miei superiori per il luogo di destinazioni. Dove il Signore mi invia, per mezzo della sua Chiesa, con gioia io vado».

Ci sono dei progetti che vorresti realizzare prima della pensione?

«La pensione, non prima di altri 23 anni, è lontana. I progetti per me non sono un fine, ma il mezzo. Il fine è dare speranza alle persone che hanno bisogno di sapere che la vita è preziosa agli occhi di Dio e che vale la pena viverla gioiosamente».

Don Maurilio ha degli hobby?

«Lo sci e la moto. Credo che questi aspetti umani e contemporanei rendano il mio ministero non artificiale».

Viviana Cappelli