La storia di “Francesco”, ingiustamente incarcerato

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«Pensa a casa». Tre parole che gli hanno cambiato la vita. Potremmo riassumere così la vicenda umana di Francesco, nome di fantasia della vittima di un caso di malagiustizia, sapientemente raccontato nel libro di Guido Mezzera, “Il punto di fuga”.
Una testimonianza toccante, ripercorsa nell’incontro di venerdì 4 settembre, sotto un’ala polifunzionale gremita. «La salvezza viene dalle storie, perché è nella condivisione delle proprie esperienze che si riesce a dare un senso al dolore, a preservare la memoria e ad unire le persone» ha sottolineato don Alessandro nel dare il benvenuto al numeroso pubblico.
L’autore, moderato da Simone Mezzera, ha dialogato con Francesco che, con grande serenità e lucidità, senza rancore, ha ricordato i momenti salienti della sua carcerazione a San Vittore. L’accusa di complicità in un reato che coinvolge l’Arma dei Carabinieri, l’arresto, l’isolamento al quarto piano nel sesto raggio, nella sezione dedicata ai detenuti protetti, ovvero a quelli che non possono stare nei reparti comuni per motivi di sicurezza, l’onta della vergogna e la scelta di farla finita. Saranno le parole di una guardia, «Pensa a casa», a ridare un senso alla sua esistenza e a convincerlo a lottare per dimostrare la propria innocenza. Francesco ha trovato così il punto di fuga che gli ha permesso di superare le tante, lunghe e ingiustificate giornate vissute in cella, di riaccendere la speranza dopo i primi momenti di scoramento e di non perdere la coscienza della propria dignità, anche riavvicinandosi alla fede. Fino a diventare un punto di riferimento per i compagni di reparto di ogni provenienza culturale, etnica e religiosa. «Questa testimonianza, potente e commovente, ci invita a riflettere sulle troppe, drammatiche prigionie che la vita ci costringe spesso a sopportare» ha commentato il sindaco Antonello Portera.
Simona Trabucco



