Dal Piemonte alla Georgia in moto – Prima tappa: il ritorno a Vukovar

Inizia la nuova rubrica della nostra corrispondente Maria Gabriella Asparaggio
16 Lug 2026   

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Inizia la nuova rubrica della nostra corrispondente Maria Gabriella Asparaggio: assieme a suo marito Gianluigi Hollò è partita, in sella alla loro moto, alla volta della Georgia e verso i confini con la Russia. Il viaggio è iniziato sabato scorso, 11 luglio. Questo è la prima puntata. Buona lettura!

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Il ritorno a Vukovar

Sabato 11 luglio lasciamo Savigliano con una meta lontana: la Georgia. Ci aspettano migliaia di chilometri attraverso l'Europa dell' Est, fino ai villaggi affacciati sul confine con la Russia, dove cercheremo di raccontare la vita quotidiana di chi convive con una frontiera segnata dalla storia e dalle tensioni del presente.

Le prime giornate sono dedicate soprattutto al viaggio. In moto ogni chilometro richiede più energie rispetto all'automobile, ma la fatica è ampiamente ripagata da quella straordinaria sensazione di libertà che solo le due ruote sanno regalare.

Attraversiamo l'Italia settentrionale, poi la Slovenia, dove le lunghe code estive sembrano ormai una consuetudine inevitabile. In serata raggiungiamo Popovača, in Croazia, dove ci fermiamo per la notte. Nel centro del paese un murale dedicato a Vukovar richiama immediatamente alla memoria una delle pagine più drammatiche della guerra nei Balcani. La tentazione di tornare in quella città è irresistibile.

Così, il mattino seguente, dopo undici anni, siamo di nuovo a Vukovar.

Tra l'agosto e il novembre del 1991 la città fu teatro di un assedio durato 87 giorni da parte dell'Esercito Popolare Jugoslavo e delle forze paramilitari serbe. Prima della guerra in Ucraina, quella di Vukovar era considerata la più grande battaglia combattuta in Europa dalla fine della Seconda guerra mondiale. Il 18 novembre la città cadde, ridotta a un cumulo di macerie.

Ma il dramma non si concluse con la resa. Lo stesso giorno della capitolazione, centinaia di feriti e civili vennero prelevati dall'ospedale cittadino e condotti nella vicina fattoria di Ovčara, dove furono barbaramente uccisi in uno dei massacri più atroci del conflitto.

Per chi oggi attraversa Vukovar, le ferite della guerra sono meno visibili di un tempo, ma la memoria continua a vivere nei monumenti, nei murales, in alcune case bombardate e nei racconti dei suoi abitanti. È da qui che comincia il nostro viaggio verso il Caucaso, seguendo quel filo invisibile che unisce le terre di confine dell'Europa orientale.

Tornare a Vukovar dopo undici anni significa misurare il tempo non solo con il calendario, ma anche con i segni lasciati dalla memoria. Quando la visitammo nel 2015 la città era già stata in gran parte ricostruita, ma la celebre torre dell'acquedotto, simbolo della resistenza durante l'assedio, era ancora un edificio ferito, non ancora trasformato nel memoriale che è oggi.

Oggi la torre è stata restaurata e da sei anni resa accessibile ai visitatori: un ascensore conduce fino alla sommità, sono stati realizzati spazi espositivi, un punto di ristoro e un negozio di souvenir dai prezzi poco convenienti. Non si tratta soltanto di un intervento turistico, ma di una precisa scelta culturale e politica. Gli investimenti dello Stato croato testimoniano la volontà di custodire e trasmettere la memoria di quella battaglia, considerata uno dei momenti fondativi dell'identità nazionale.

Per i croati Vukovar non è soltanto una città. È il simbolo del sacrificio e della resistenza di un popolo. Camminando tra le sue strade si percepisce come il ricordo dell'assedio del 1991 non appartenga soltanto ai libri di storia, ma continui a vivere nella coscienza collettiva e nell'identità del Paese.

Maria Gabriella Asparaggio