L'umanità attraverso la storia del presepe napoletano piemontese

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Dalla terra alla mangiatoia. È questo il viaggio che Alessandra Relmi e Felice Pavese, concittadini saviglianesi e autori del progetto culturale e sanitario “Il presepe antropologico: il cammino dell’umanità attraverso la storia del presepe napoletano piemontese”, hanno proseguito nei giorni scorsi in Campania. Un percorso nato a Savigliano durante il periodo natalizio 2025-2026 e che ora si apre al confronto con altre realtà territoriali, amministrative, sanitarie e associative.
Il progetto, realizzato in collaborazione con il DSM dell’ASL CN1, il Comune di Savigliano e l’Associazione Diaspi, con il contributo della Banca CRS di Savigliano, aveva visto la realizzazione di un presepe capace di mettere in dialogo due tradizioni: quella piemontese e quella napoletana. A fare da ponte è la figura di Gelindo, personaggio della tradizione popolare piemontese, affiancato dalla ricchezza di personaggi, mestieri e simboli del presepe napoletano.
All’esperienza è stato dedicato anche un libro con lo stesso titolo del progetto, pensato per raccogliere e approfondire il percorso.
L’idea alla base del progetto è leggere il presepe non soltanto come rappresentazione della Natività, ma come una narrazione della storia dell’umanità.
Dentro le sue scene sopravvivono il lavoro agricolo, gli antichi mestieri, i riti, il cibo, l’artigianato, la famiglia, la fede popolare e il rapporto dell’uomo con la natura.
Settembre, in questo racconto, assume un significato particolare. Per le antiche comunità contadine era il mese del raccolto, della vendemmia e del ringraziamento. Terminata la stagione del lavoro nei campi, la comunità si riuniva per celebrare i frutti della terra e prepararsi all’arrivo dell’inverno.
Il ciclo proseguiva poi verso il solstizio invernale e le celebrazioni legate alla rinascita della luce. Nel corso dei secoli, riti e tradizioni differenti si sono sovrapposti fino ad arrivare alla celebrazione cristiana del Natale.
È proprio questa stratificazione di culture e simboli che trova nel presepe una delle sue rappresentazioni più immediate.
La tradizione piemontese porta nel presepe il mondo rurale attraverso Gelindo, il pastore della tradizione popolare e teatrale. Gelindo è l’uomo della terra, quello che conosce il lavoro, il freddo, gli animali e il ritmo delle stagioni. Nella tradizione offre ospitalità alla Sacra Famiglia e diventa così una figura di passaggio tra il mondo del lavoro agricolo e quello della Natività. Il suo gesto più importante è l’accoglienza: la terra ha dato i suoi frutti e l’uomo restituisce ciò che possiede attraverso l’ospitalità.
Nel presepe napoletano la rappresentazione assume invece una dimensione più ampia. La Natività viene immersa nella vita quotidiana: botteghe, mercati, mestieri, venditori, pastori e personaggi popolari costruiscono un vero e proprio microcosmo della società. Il mercato, con i suoi prodotti e i suoi mestieri, diventa la rappresentazione simbolica dell’intero anno. Il cibo e la sua abbondanza richiamano il rapporto ancestrale tra raccolto, festa e comunità. E poi c’è Benino, il pastore dormiente che, secondo la tradizione, sogna il presepe stesso: una figura legata al tema del sogno e del passaggio dal buio dell’inverno alla rinascita.
Due tradizioni diverse, quella piemontese e quella napoletana, che il progetto di Relmi e Pavese mette in dialogo attraverso una lettura antropologica comune.
A settembre il progetto ha compiuto una nuova tappa con una serie di incontri in Campania. Gli incontri hanno coinvolto amministratori, operatori sanitari, studiosi, associazioni e rappresentanti della cultura locale, mettendo a confronto tradizioni piemontesi e campane. Diversi i temi, ma legati da un unico filo conduttore: i saperi popolari e il loro rapporto con la comunità e con il benessere.
Si è parlato, tra gli altri argomenti, delle figure della Janara beneventana e della Masca piemontese, degli “spauracchi” presenti nell’immaginario popolare, della paura e dei suoi significati, fino al rapporto tra Mefite, devozione, natura e antiche credenze agrarie.
Particolarmente simbolico è stato l’appuntamento di Albanella-Paestum, dove una piccola quantità di terra di Savigliano verrà custodita nel “Museo delle Terre d’Italia” insieme alla terra proveniente da Pietradefusi, paese di origine degli autori. Un gesto semplice ma dal forte valore simbolico: mettere nello stesso luogo la terra in cui è nato il progetto e quella da cui provengono le radici familiari dei suoi ideatori.
Le giornate campane rappresentano una nuova occasione per costruire una rete tra territori, istituzioni, servizi sanitari, studiosi e associazioni. L’obiettivo non è soltanto raccontare il presepe, ma utilizzare il suo patrimonio di simboli per parlare di persone, memoria, comunità e benessere.
In questa prospettiva si inserisce anche il riferimento al pensiero di Franco Basaglia, nella centralità della persona e delle relazioni con la comunità. Il presepe diventa così un linguaggio comune capace di mettere in relazione il mondo agricolo, i saperi tramandati, le feste popolari, l’artigianato, le processioni, le sagre e le tradizioni che ancora oggi scandiscono la vita dei territori.
Dal raccolto al presepe si percorre un viaggio che unisce i riti di settembre al Natale. È un viaggio che attraversa Piemonte e Campania, ma soprattutto attraversa il tempo. Dalla terra nasce il raccolto, dal raccolto la festa, dalla festa la memoria. E dalla memoria nasce la possibilità di riconoscersi ancora oggi come comunità.
È questo il significato del percorso intrapreso da Alessandra Relmi e Felice Pavese: riscoprire nei simboli del presepe un patrimonio di saperi antichi e trasformarlo in occasione di dialogo tra persone, territori e istituzioni.
Dalla terra alla mangiatoia, il cammino continua.


