Operazione «Miller» nel torinese: 1.500 immobili in nero, tre anni ai domiciliari e confisca da 1,1 milioni

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Millecinquecento particelle catastali. Appartamenti, box, posti auto, soffitte, cantine e locali commerciali, tutti destinati alla locazione, in parte direttamente intestati all'imprenditore e in parte nascosti dietro una rete di società schermo. Un patrimonio immobiliare enorme, costruito nel cuore di Torino e per anni tenuto fuori dal fisco.
L'operazione «Miller» della Guardia di Finanza di Torino si è conclusa il 23 luglio con l'esecuzione della confisca disposta dal Tribunale: oltre 1,1 milioni di euro sottratti definitivamente a un noto imprenditore immobiliare del capoluogo piemontese. Contestualmente, l'uomo ha patteggiato tre anni di reclusione, da scontare in regime di detenzione domiciliare.
I reati
I reati contestati e oggetto del patteggiamento sono: frode fiscale, autoriciclaggio, truffa ai danni dello Stato, false comunicazioni sociali, furto aggravato e omessa comunicazione dei dati degli alloggiati - quest'ultima una violazione tipica del settore degli affitti, dove l'obbligo di comunicare alle autorità i dati degli inquilini viene aggirato per rendere invisibili i redditi da locazione.
La confisca riguarda il profitto conseguito specificamente attraverso i reati di autoriciclaggio e truffa ai danni dello Stato: denaro, beni mobili e immobili riconducibili a quei proventi. Nel concreto, i militari del Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria di Torino hanno confiscato il diritto di usufrutto che l'imprenditore vantava su unità immobiliari situate nei quartieri Aurora e Barriera di Milano, tutte destinate alla locazione a terzi.
Come funzionava il sistema
Le indagini hanno coperto il periodo fiscale 2019-2022 e hanno ricostruito pezzo per pezzo l'operatività reale dell'imprenditore. Il meccanismo era quello classico dei grandi patrimoni in nero: una parte degli immobili era intestata direttamente all'interessato, un'altra era occultata attraverso entità giuridiche interposte - società che formalmente risultavano proprietarie degli asset ma che erano sostanzialmente controllate dall'indagato.
Il risultato era un portafoglio da circa 1.500 particelle catastali (un numero che da solo restituisce la dimensione dell'operazione) i cui affitti venivano incassati senza essere dichiarati, e i cui proventi venivano poi reimmessi in nuovi investimenti immobiliari: è questo il meccanismo dell'autoriciclaggio, il reato che scatta quando i proventi di un'attività illecita vengono reimpiegati nel circuito economico legale, rendendo sempre più difficile risalire alla loro origine.
La confisca definitiva, eseguita oggi dalle Fiamme Gialle torinesi, chiude il cerchio di un'indagine complessa. E segna la fine di un sistema costruito mattone su mattone — almeno fino a quando qualcuno non ha cominciato a contarli.



