Superbonus fantasma su un condominio: 7 milioni di crediti fiscali per lavori mai fatti

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Lavori a costo zero, sconto in fattura, nessun esborso per i condomini. La promessa era quella che, negli anni del Superbonus 110%, milioni di italiani hanno sentito ripetere migliaia di volte. Ma in questo caso, nel condominio di Torino al centro dell'indagine della Guardia di Finanza, quei lavori non sono mai stati eseguiti. Eppure le fatture sono state emesse lo stesso, le asseverazioni firmate, il visto di conformità rilasciato, i crediti fiscali generati e in parte già ceduti a terzi. Sette milioni di euro sottratti allo Stato attraverso carte false e professionisti compiacenti.
Il 12 maggio 2026, i finanzieri del Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria di Torino, sotto il coordinamento della Procura della Repubblica, hanno eseguito un decreto di sequestro preventivo emesso dal GIP del Tribunale di Torino: bloccati circa 7 milioni di euro tra crediti d'imposta ancora nella disponibilità della società coinvolta e beni degli indagati. L'intero profitto illecito contestato, in un'unica mossa cautelare.
La promessa del "costo zero" e il cantiere che non aprì
La storia inizia con un contratto d'appalto. Una società edile del capoluogo piemontese si presenta ai condomini con la formula collaudata del Superbonus: lavori di efficientamento energetico e riduzione del rischio sismico, pagati dallo Stato attraverso il meccanismo dello sconto in fattura e della cessione del credito fiscale. Per i proprietari di casa, costo zero. Per la società, un credito d'imposta quasi totale da monetizzare o cedere sul mercato secondario.
I condomini firmano. La scadenza per completare i lavori è fissata al 31 dicembre 2023. Il cantiere, però, non apre. O meglio: i lavori non vengono eseguiti nei modi e nei tempi pattuiti. Quando i condomini cominciano a chiedere spiegazioni, la risposta è un aumento sproporzionato dell'importo complessivo delle opere — un tentativo, secondo gli inquirenti, di rimandare ancora o di rinegoziare le condizioni a vantaggio della società. A quel punto, il condominio decide di rivolgersi alla magistratura.
È da quella denuncia che partono le indagini che porteranno al sequestro di maggio.
La macchina delle carte false
Mentre i ponteggi non venivano montati, la burocrazia del Superbonus lavorava a pieno regime — ma su documenti falsi. Secondo la ricostruzione degli investigatori, la società edile ha emesso regolari fatture nei confronti del condominio per lavori mai svolti, con l'obiettivo di indurre in errore l'Agenzia delle Entrate circa la spettanza dei crediti fiscali.
A rendere possibile l'intera operazione è stato il concorso di quattro professionisti, ognuno con un ruolo preciso nella catena della frode: due architetti di Torino, un ingegnere di Milano e un commercialista di Napoli. I primi hanno sottoscritto false asseverazioni sull'avvenuta esecuzione dei lavori — il documento tecnico che certifica che gli interventi sono stati effettivamente realizzati e che costituisce il presupposto per l'accesso al beneficio fiscale. Il commercialista ha rilasciato il visto di conformità, l'ulteriore timbro professionale che avalla la regolarità fiscale dell'operazione, e ha trasmesso all'Agenzia delle Entrate la documentazione necessaria per il riconoscimento del contributo.
Su base meramente cartolare, senza un singolo mattone mosso, la società si è così trovata a disporre di crediti d'imposta per quasi 7 milioni di euro. Una parte è stata ceduta a terzi; un'altra parte è rimasta nella disponibilità dell'impresa, pronta per essere usata in compensazione con le imposte dovute o per ulteriori cessioni.
Il sequestro e i reati contestati
I reati ipotizzati sono pesanti: truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche, emissione di fatture per operazioni inesistenti e riciclaggio. Quest'ultimo reato — spesso sottovalutato nell'immaginario collettivo rispetto alla truffa — è contestato per il reimpiego dei proventi illeciti nel circuito economico, attraverso le cessioni dei crediti a soggetti terzi ignari.
Alla società edile vengono contestate le responsabilità dipendenti dai reati commessi a suo vantaggio, in applicazione della normativa sulla responsabilità degli enti.
Il sequestro è stato eseguito in stretto raccordo con gli uffici dell'Agenzia delle Entrate, che hanno permesso di mappare in tempo reale i crediti d'imposta ancora nella disponibilità della società. Un lavoro di precisione che ha consentito di sottoporre a vincolo cautelare l'intero importo del profitto illecito contestato — senza lasciare margini di fuga ai proventi della frode.
Il Superbonus e le sue ombre
La vicenda torinese non è un caso isolato. Il Superbonus 110%, misura varata nel 2020 per rilanciare l'economia e il settore edilizio nel pieno dell'emergenza Covid, si è rivelato uno degli strumenti fiscali più esposti alle frodi della storia recente italiana. La combinazione tra incentivi elevatissimi, procedure complesse affidate alla certificazione di professionisti privati e tempi di controllo inevitabilmente dilatati ha creato uno spazio che organizzazioni criminali e operatori disonesti hanno saputo sfruttare con sistematicità.
La Guardia di Finanza ha condotto centinaia di operazioni analoghe in tutta Italia, recuperando miliardi di euro di crediti fittizi. Il caso torinese aggiunge un tassello in più a questo quadro: e lo fa con una particolarità che merita attenzione, ovvero il coinvolgimento non di una rete criminale strutturata ma di professionisti — architetti, ingegneri, commercialisti — che hanno prestato le proprie firme e le proprie credenziali professionali a un meccanismo fraudolento. Il danno, in questi casi, non è solo economico: è anche alla fiducia che il sistema degli incentivi ripone nell'autonomia e nell'etica delle categorie professionali chiamate a certificarlo.



