“Maglie Larghe”: vendeva online le divise contraffatte di squadre di Serie A e NBA. Sequestrati 700mila euro

Un imprenditore di Leinì gestiva tre siti web e in due anni e mezzo ha evaso oltre 10mila ordini di maglie sportive false, importate dalla Cina con il sistema del drop-shipping
01 Mag 2026   

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Non aveva un magazzino. Non toccava la merce. Non correva il rischio di essere trovato con scatole di maglie contraffatte in garage. Aveva capito come fare tutto questo senza sporcarsi le mani, almeno in apparenza: tre siti web, una procedura automatizzata di acquisto, e un accordo con fornitori cinesi che spedivano direttamente ai clienti finali. Un sistema quasi invisibile, costruito pezzo per pezzo su internet, che per due anni e mezzo ha fatto girare migliaia di divise false di note squadre di calcio e basket (italiane e straniere) verso tutta Italia e oltre confine.

A smontarlo ci hanno pensato i finanzieri del Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria di Torino con l'operazione "Maglie Larghe", condotta sotto il coordinamento della Procura della Repubblica di Ivrea. L'epilogo: un sequestro preventivo da oltre 700mila euro disposto dal GIP del Tribunale di Ivrea, che ha colpito conti correnti, un immobile, un'autovettura e i tre siti internet dell'indagato. Un imprenditore di Leinì, nel Torinese, che ora dovrà rispondere - se le accuse venissero confermate - di introduzione nello Stato e commercio di prodotti con segni falsi, ricettazione e autoriciclaggio.

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Come funzionava la macchina dei falsi

Il meccanismo era elegante nella sua semplicità. L'indagato caricava sui propri siti le immagini delle maglie - perfette copie delle divise da gara di squadre blasonate - e riceveva gli ordini tramite piattaforme e-commerce con procedure di acquisto automatizzate. A quel punto non doveva fare quasi nulla: erano direttamente le imprese cinesi fornitrici a produrre i capi contraffatti e a spedirli al cliente finale, senza che la merce transitasse mai dal magazzino dell'intermediario italiano.

Questa modalità (nota come drop-shipping) è legale quando applicata a prodotti originali. Qui veniva usata per rendere quasi irrintracciabile il flusso fisico della contraffazione: niente stock, niente giacenze, niente rischi di perquisizioni domiciliari con scatoloni di maglie false accatastati nel ripostiglio. Solo un computer, tre domini web, e una rete di fornitori dall'altra parte del mondo.

In circa due anni e mezzo, questo sistema ha generato oltre 10mila ordini evasi su tutto il territorio nazionale e all'estero.

Il profitto reinvestito: qui entra l'autoriciclaggio

Ma è la seconda parte della storia quella che ha fatto alzare la testa agli investigatori, trasformando quello che avrebbe potuto essere un semplice caso di contraffazione in qualcosa di più complesso e grave sul piano penale.

Dai proventi dell'attività illecita - quantificati in oltre mezzo milione di euro - l'indagato non si è limitato a intascare il ricavato. Lo ha reimpiegato in modi diversi: una parte è tornata ad alimentare il traffico stesso, acquistando nuovi lotti di merce contraffatta dai fornitori stranieri. Un'altra parte è stata usata per estinguere anticipatamente il mutuo sulla casa di residenza. Il resto è finito in investimenti in strumenti finanziari, da cui ha ricavato ulteriori profitti illeciti per circa 150mila euro.

È questa catena di reimpiego - immettere denaro di provenienza illecita nel circuito legale dell'economia, che si tratti di mattoni, rate di mutuo o mercati finanziari - a configurare il reato di autoriciclaggio, uno dei più insidiosi nel panorama economico-finanziario perché cancella le tracce della provenienza del denaro sporco e lo trasforma in patrimonio apparentemente pulito.

Come è partita l'indagine

L'inchiesta è nata su due binari paralleli: il monitoraggio sistematico delle piattaforme di commercio elettronico da parte delle Fiamme Gialle, e le segnalazioni dirette delle società titolari dei marchi contraffatti, i grandi brand dello sport mondiale che dispongono di unità dedicate proprio alla caccia alle copie non autorizzate. La combinazione dei due input ha permesso di identificare l'operatore di Leinì e di avviare gli approfondimenti investigativi.

Da lì in poi: perquisizioni, analisi dei dispositivi elettronici sequestrati, esame della documentazione bancaria. Un lavoro certosino che ha consentito di ricostruire l'intera filiera, dai fornitori cinesi ai clienti italiani, passando per i conti su cui i soldi si accumulavano e poi sparivano verso nuove destinazioni.

All'esito delle indagini, la Procura di Ivrea ha chiesto e ottenuto dal GIP il sequestro preventivo per l'intero importo contestato: oltre 700mila euro, tra disponibilità finanziarie, l'immobile, l'auto e i tre siti web, ora blindati e inaccessibili.

Il prezzo del falso, anche per chi compra

C'è un aspetto di questa vicenda che riguarda anche i consumatori, spesso ignari di essere parte di un meccanismo illegale. Chi acquista una maglia contraffatta su un sito apparentemente regolare non sta semplicemente risparmiando sul prezzo di un capo d'abbigliamento: sta alimentando una filiera che sottrae risorse ai titolari dei marchi, distorce il mercato a danno delle aziende che rispettano le regole, e - come in questo caso - genera proventi che finiscono per essere riciclati nel sistema economico legale. Un danno diffuso, spalmato su molti attori, che per questo è spesso sottovalutato.

L'operazione "Maglie Larghe" - il nome è un gioco di parole tra le maglie da calcio e le "maglie larghe" della rete che l'indagato pensava di aver tessuto - si chiude con un'azione patrimoniale significativa. Resta ora in mano all'autorità giudiziaria decidere i prossimi passi del procedimento.