Monviso: tre mesi senza scendere a zero gradi a oltre 3.300 metri

La Regione riunisce il primo tavolo per cercare delle contromisure
22 Set 2026   

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Per tre mesi consecutivi, dal 10 giugno al 10 settembre, la temperatura registrata dalla stazione Arpa sul Monviso, a oltre 3.300 metri di quota, non è mai scesa a zero gradi. È uno dei dati emersi al primo Tavolo Monviso, riunito a Torino dalla Regione Piemonte dopo i recenti crolli che hanno interessato il massiccio. Un valore che fotografa l’eccezionalità del caldo dell’estate 2026 anche alle quote più elevate e che contribuisce a spiegare i processi che possono favorire l’instabilità delle pareti rocciose.

All’incontro, presieduto dall’assessore regionale alla Montagna Marco Gallo, hanno partecipato il presidente della Regione Alberto Cirio, il presidente della Provincia di Cuneo Luca Robaldo, il sindaco di Crissolo Fabrizio Re, Arpa Piemonte, IRES, Politecnico di Torino, Legambiente, Carabinieri forestali, guide alpine, Soccorso Alpino, CNR-GEO, Ente di gestione delle Aree protette del Monviso, CAI Piemonte e AGRAP.

L’obiettivo è mettere in comune dati e competenze per comprendere meglio i fenomeni in corso, individuare misure di prevenzione e ripensare, dove necessario, le modalità di accesso e frequentazione della montagna. Il Tavolo Monviso potrebbe diventare una struttura permanente per la resilienza delle Alpi piemontesi, all’interno dell’Osservatorio regionale sui cambiamenti climatici. Il prossimo appuntamento sarà il 22 settembre con il Tavolo Monte Rosa.

Crolli e permafrost sotto osservazione

I recenti distacchi hanno riportato l’attenzione sulla fragilità geologica del Monviso. Un primo crollo si è verificato il 1° settembre sul versante nord-est; un secondo, nella notte tra il 13 e il 14 settembre, ha interessato i Torrioni Sari sul versante sud. Eventi analoghi erano già stati documentati negli anni precedenti, tra cui quelli del 2019 e del 2023.

Secondo Arpa Piemonte, lo stress termico potrebbe aver avuto un ruolo nei recenti distacchi, mentre la degradazione del permafrost può rappresentare una concausa in un ammasso roccioso già fortemente fratturato. Gli esperti sottolineano tuttavia la necessità di analizzare ogni evento sulla base di dati e rilievi specifici. Non è inoltre possibile escludere nuovi fenomeni.

Per il Monviso sono quindi previsti ulteriori sopralluoghi e approfondimenti, anche con l’impiego di droni, per valutare i sentieri più esposti e le condizioni degli itinerari. Tra le ipotesi allo studio c’è anche un percorso alternativo verso il rifugio Quintino Sella, oltre al miglioramento della segnaletica e, dove necessario, a eventuali limitazioni temporanee.

Il Tavolo sul Monviso riunitosi al grattacielo della Regione Piemonte, a Torino

Più visitatori, più attenzione alla sicurezza

La questione riguarda anche la crescente frequentazione del massiccio. Le guide alpine hanno segnalato circa 200 persone sulla vetta nell’ultimo fine settimana. Il Giro del Viso registra, secondo il Parco del Monviso, circa 40 mila utenti, mentre i passaggi complessivi nell’area intorno alla montagna sono stimati in 200 mila.

Numeri che spingono a valutare una maggiore distribuzione dei flussi attraverso il potenziamento della rete sentieristica e una gestione più organizzata degli accessi alle zone maggiormente frequentate. Anche la preparazione degli escursionisti resta un elemento centrale: negli ultimi tre anni il Soccorso Alpino ha effettuato oltre cento interventi, quasi la metà dei quali per persone che avevano smarrito il percorso.

L’intenzione dichiarata dalla Regione è dunque quella di conciliare sicurezza, tutela ambientale e accessibilità, attraverso più informazione, segnaletica e accompagnamento. «L’obiettivo non è limitare la montagna», è stato sottolineato, «ma renderne la frequentazione più consapevole e compatibile con la fragilità dell’ambiente alpino».

Un monitoraggio che guarda a tutte le Alpi piemontesi

Il lavoro sul Monviso si inserisce in un’attività di monitoraggio che Arpa porta avanti da vent’anni. Gli studi sul permafrost sono iniziati nel 2006 e oggi la rete regionale comprende cinque stazioni permanenti, oltre a 122 sensori per la misurazione delle temperature superficiali del suolo e della roccia.

Il percorso tecnico proseguirà nei prossimi mesi con Regione, Arpa, università e centri di ricerca. L’obiettivo è arrivare alla primavera 2027 a una prima restituzione condivisa delle conoscenze, degli scenari e delle possibili azioni per affrontare i cambiamenti che stanno interessando l’alta montagna piemontese.