Dal Piemonte alla Georgia in moto - Settima tappa: L'altra faccia di Tbilisi

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È probabilmente nella capitale georgiana, Tbilisi, che Maria Gabriella Asparaggio e Gianluigi Hollò realizzano maggiormente la spaccatura all'interno nel Paese: fra bandiere ucraine ed europee affiancate a quella della Georgia, scontrini con diciture anti-russe e una donna che protesta davanti al Parlamento locale contro il governo e la sua politica filorussa.
Dopo aver raggiunto Ushguli, lasciamo lo Svaneti con un'impressione che va ben oltre la straordinaria bellezza delle montagne. A colpirci sono anche alcune scritte sui muri e perfino presso una sosta dell'autobus: "Fuck Russia". Non sono semplici slogan, ma il riflesso di un sentimento diffuso in una regione incastonata tra l'Abcasia, la Karačaj-Circassia, la Cabardino-Balcaria e l'Ossezia del Sud, territori che confinano con la Russia o che, come l'Abcasia e l'Ossezia del Sud, sono sottratti al controllo della Georgia dopo i conflitti degli ultimi decenni.
Martedì 20 luglio lasciamo Tsageri e puntiamo verso Tbilisi. Entrando nella capitale, balzano subito agli occhi le bandiere georgiane ed europee affiancate. Ma, rispetto a due anni fa, è ancora più evidente un'altra immagine: le bandiere della Georgia e dell'Ucraina esposte una accanto all'altra. Se in passato il messaggio dominante era quello dell'integrazione europea, oggi il richiamo alla comune esperienza con l'aggressione russa è diventato ancora più forte.
Ai piedi del Palazzo del Parlamento incontriamo una donna di mezza età. È seduta su un materasso con alle spalle bandiere georgiane e ucraine. Da due anni vive lì per protesta. Mi avvicino e le chiedo se è disposta a raccontare la sua storia. Non parla né inglese né francese e accetta di conversare in russo soltanto perché sono straniera. Racconta di trascorrere le giornate e le notti davanti al Parlamento, sotto il sole, la pioggia e la neve, per manifestare contro la politica filorussa del governo. Le proteste sono iniziate da 600 giorni. Parla della Russia, dell'Ossezia del Sud e della progressiva perdita di controllo di alcune aree di confine, un tema che per molti georgiani resta una ferita ancora aperta. Riferisce che l'opposizione chiede nuove elezioni e non considera il governo come legittimo. La Georgia risponde che non si arrenderà mai e lotterà come hanno fatto gli antenati.
La sera ceniamo con Salomè, un nostro contatto a Tbilisi in un tipico ristorante georgiano, il Shavi Lomi. Nel 2008 era soltanto una bambina, ma conserva ancora il ricordo della guerra lampo tra Georgia e Russia, durata cinque giorni. Ci racconta come quel conflitto abbia lasciato un segno profondo nella memoria collettiva del Paese e riferisce episodi di estrema violenza tramandati da chi li ha vissuti in prima persona.
«Nel mondo si parla poco della Georgia», ci dice. «Molti non sanno nemmeno dove si trovi e quasi nessuno conosce quello che è accaduto qui».
Prima di uscire dal locale paghiamo il conto e sulla ricevuta si legge: "Fact check: 20% of Georgian territori is occupied by Russia".
La Georgia appare così come un Paese sospeso tra il desiderio di guardare all'Europa e il peso di un vicino ingombrante. Un luogo dove il passato non è soltanto memoria, ma continua a influenzare il presente e il futuro.
Il messaggio che se ne ricava è che questo popolo cerca di difendere con determinazione la propria identità, la propria libertà e la propria memoria.
Maria Gabriella Asparaggio










