Nel 2034-35 avremo i primi reattori nucleari in Italia? Cosa dice la legge delega

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Trentasette anni dopo il referendum che nel 1987 spinse l'Italia fuori dal nucleare, il Parlamento comincia a riscrivere quella storia. Il 4 giugno 2026, la Camera dei Deputati ha approvato il disegno di legge delega sul nucleare sostenibile con 155 voti favorevoli, 86 contrari e 8 astensioni. Il testo passa ora al Senato, dove la maggioranza punta a chiudere l'iter entro luglio, in modo da arrivare ai decreti attuativi entro la fine dell'anno.
È un voto che non costruisce ancora nulla ma che per la prima volta in oltre tre decenni riconsegna al paese un quadro giuridico dentro cui il ritorno all'atomo può diventare un progetto concreto.
Cosa prevede la legge delega
Il disegno di legge, fortemente voluto dal ministro dell'Ambiente e della Sicurezza Energetica Gilberto Pichetto Fratin, non autorizza direttamente la costruzione di impianti. Conferisce invece al governo una delega - da esercitare entro un anno dall'approvazione definitiva - per scrivere i decreti legislativi che disciplineranno la materia in tutti i suoi aspetti: produzione di energia da fonte nucleare sostenibile, ricerca sulla fusione, gestione del combustibile esaurito e delle scorie radioattive, decommissioning degli impianti esistenti, procedure autorizzative e governance del settore.
La delega copre la disciplina per la costruzione e l'esercizio di impianti nucleari, con focus sulle tecnologie di nuova generazione: Small Modular Reactor (SMR), Advanced Modular Reactor (AMR) e microreattori. Si tratta di impianti compatti, costruibili in serie, con tempi di realizzazione più brevi rispetto alle centrali tradizionali e livelli di sicurezza intrinseca più elevati. È su queste tecnologie che punta la scommessa del governo.
Sul piano delle risorse, la legge stanzia 20 milioni di euro annui per il triennio 2027-2029, a valere sul Fondo per lo sviluppo infrastrutturale del MASE, più fondi straordinari per l'informazione pubblica e il coinvolgimento delle comunità locali: 1,5 milioni per il 2025 e 6 milioni per il 2026.
Tra le novità più rilevanti compare la possibilità per i Comuni di candidarsi volontariamente a ospitare le future infrastrutture, con la previsione di compensazioni economiche e misure di sviluppo per i territori interessati.
Pichetto: «Nel 2034-2035 i primi reattori»
Il ministro Pichetto Fratin ha sostenuto che «il nucleare è una scelta energetica, ma anche ambientale e paesaggistica. Un piccolo reattore modulare occupa 3 campi di calcio. Per avere la stessa produzione, servono 3.000 campi di calcio di pannelli fotovoltaici». Una comparazione evocativa, pensata per rispondere alle obiezioni di chi indica nelle rinnovabili l'unica alternativa percorribile.
Il ministro ha precisato che l'obiettivo non è sostituire le rinnovabili ma integrarle: «Dobbiamo integrare le rinnovabili con il nucleare e l'idrogeno, non sostituirle». E ha indicato una data concreta per i primi risultati: i primi reattori potrebbero essere operativi tra il 2034 e il 2035.
Sull'ipotesi di un referendum, Pichetto ha risposto che «il consenso va valutato in base alla trasparenza. Dobbiamo dare tutte le informazioni necessarie», aprendo di fatto alla possibilità di una consultazione popolare senza escluderla né auspicarne una.
La nuova legge, precisiamo, non è in contrasto con l'esito del referendum che cancellò il nucleare dopo il disastro di Chernobyl. Si trattò di un referendum abrogativo, come quello del 2011, che cancellò la norma del tempo ma che non fissarono in Costituzione un divieto permanente. E quindi il governo può andare avanti senza passare per una consultazione popolare. Ma c'è un ma, perché quando la legge verrà approvata, le opposizioni, un comitato di cittadini o le Regioni potrebbero chiedere un referendum abrogativo per cancellarla.
Le possibili location
I nuovi reattori con ogni probabilità dovranno essere costruiti vicino a fonti di acqua visto che sarà necessaria per il raffreddamento. In linea generale sono poi preferibili territori a basso rischio sismico, quindi aree pianeggianti, lontane da centri abitati ma allo stesso tempo facilmente collegabili alla rete elettrica.
Opposizioni compatte contro
Il voto ha visto la maggioranza compatta e le opposizioni altrettanto unite nel no. Il capogruppo Pd in commissione Attività produttive, Alberto Pandolfo, è intervenuto in Aula per annunciare il voto contrario del gruppo. Le critiche dell'opposizione si concentrano su più fronti: i tempi irrealistici, i costi non quantificati, il nodo irrisolto delle scorie radioattive - eredità delle vecchie centrali ancora stoccata in depositi temporanei - e la scarsa attenzione alle ricadute sui territori.
Restano quasi del tutto assenti nel testo i riferimenti all'eredità delle vecchie centrali nucleari, al momento ancora stipata in depositi temporanei e in siti all'estero. Un punto critico che le opposizioni hanno sollevato con forza nel dibattito parlamentare.
La strada è ancora lunga
Il voto del 4 giugno chiude una fase e ne apre una più selettiva. La legge delega è solo la cornice: i contenuti veri (dove si costruisce, chi paga, come si gestiscono i rifiuti, come si coinvolgono i territori) arriveranno con i decreti attuativi. Il governo punta ad avere i decreti già entro la fine del 2026.
L'opinione pubblica resta divisa. I sondaggi fotografano un paese spaccato tra chi vede nel nucleare la chiave per l'indipendenza energetica e chi teme le scorie e ricorda Chernobyl. Sullo sfondo, un contesto internazionale in cui diversi paesi europei, dalla Francia alla Polonia, dai Paesi Bassi alla Finlandia, stanno puntando o tornando a puntare sull'atomo come parte della transizione energetica.
L'Italia ci arriva per ultima. Ma ci arriva.



