Missili in territorio turco, Ankara mantiene una linea prudente

Le tensioni geopolitiche raccontate da un cittadino turco
21 Mar 2026   

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In un mondo sempre più interconnesso, ciò che accade ai margini dell’Europa può produrre effetti che travalicano i confini in cui ha origine. È il caso della Turchia, paese musulmano ma non arabo e membro della NATO, situato in una posizione strategica tra il mondo occidentale e il Vicino Oriente.

Negli ultimi anni Ankara ha rafforzato il controllo delle proprie frontiere orientali con Iran, Iraq e Siria, costruendo lunghi tratti di muro e intensificando la sorveglianza. Una scelta che riflette non solo esigenze di sicurezza, ma anche il ruolo strategico che il Paese assume in una fase storica segnata dal ritorno della competizione tra grandi potenze come Stati Uniti, Cina e Russia.

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In questo contesto la Turchia cerca di mantenere una posizione di equilibrio. Il presidente Recep Tayyip Erdoğan tenta ancora una volta di proporsi come mediatore nelle tensioni internazionali, come già avvenuto all’inizio della guerra tra Russia e Ucraina, quando Ankara si offrì come ponte diplomatico tra le parti.

Nonostante alcune notizie parlino di missili iraniani caduti in territorio turco — interpretati da alcuni come un segnale di pressione di Teheran — Ankara mantiene una linea prudente, cercando di non compromettere i rapporti con Stati Uniti, Iran, Israele e i Paesi del Golfo.

Foto postata sui social da alcuni cittadini Turchi

Foto postata sui social da alcuni cittadini Turchi

C’è un’immagine che circola sui social in questi giorni — la bandiera turca che sventola mentre un jet militare attraversa il cielo — e che sembra richiamare proprio queste tensioni geopolitiche. In realtà rimanda all’avvicinarsi di una ricorrenza molto significativa per il Paese: il 18 marzo, anniversario della Battaglia di Çanakkale, conosciuta in Occidente come Battaglia di Gallipoli (1915-1916).

Quello di Gallipoli fu uno degli scontri più decisivi della Prima guerra mondiale. L’offensiva anglo-francese mirava a forzare lo stretto dei Dardanelli, conquistare Istanbul ed eliminare l’Impero Ottomano dal conflitto, aprendo una via strategica verso il Mar Nero. La resistenza ottomana trasformò invece quell’operazione in una vittoria difensiva destinata a entrare profondamente nella memoria nazionale turca. Tra i comandanti che si distinsero vi fu il generale Mustafa Kemal, la cui figura emerse proprio durante quella campagna militare. Negli anni successivi Mustafa Kemal avrebbe guidato la guerra d’indipendenza contro le potenze alleate e nel 1923 fondò la Repubblica di Turchia, ricevendo il titolo di Atatürk, “Padre dei turchi”.

Çanakkale Köprüsü

Çanakkale Köprüsü

Ancora oggi la battaglia di Çanakkale rappresenta uno dei momenti simbolici più importanti della storia nazionale turca: un evento che molti considerano l’inizio della coscienza moderna del Paese.

Alla luce del significato che il 18 marzo riveste per la società turca e del difficile momento internazionale che stiamo attraversando, ho chiesto un commento a Semih, uno dei miei contatti in Turchia. Le sue parole aiutano a comprendere quanto il senso di appartenenza alla nazione sia ancora molto forte nella società turca e quanto il desiderio di pace rimanga un valore profondamente condiviso.

Ecco le sue parole: «In questi giorni molte persone postano l’immagine della bandiera turca sui social. Ricorre infatti l’anniversario dell’Inno nazionale, l’İstiklal Marşı, e si avvicina anche la commemorazione della vittoria di Çanakkale, una data fondamentale della nostra storia.

Per noi turchi, Çanakkale non è solo una battaglia storica: è il simbolo della difesa della nostra patria e della dignità di un popolo che ha resistito contro grandi potenze. Molte famiglie turche hanno antenati che hanno combattuto lì. Una cosa che mi rende sempre orgoglioso è il rispetto che oggi mostriamo anche ai soldati stranieri che hanno perso la vita a Çanakkale. Le parole di Mustafa Kemal Atatürk alle madri dei soldati australiani e neozelandesi sono molto famose in Turchia e mostrano il nostro desiderio di pace.

Oggi la Turchia è un Paese giovane, dinamico e pieno di contrasti: moderno, ma anche molto legato alle tradizioni. Nonostante le difficoltà del mondo di oggi, il nostro popolo è molto ospitale e crede ancora nel valore della famiglia, dell’onore e dell’amicizia. Per noi turchi, Çanakkale non è solo una battaglia del passato: è un luogo di memoria e di rispetto. Ricordiamo i nostri martiri e i nostri eroi, ma oggi camminiamo tra quei monumenti insieme alle persone dei Paesi che un tempo erano nemici. In quei luoghi recitiamo preghiere e onoriamo tutti coloro che hanno perso la vita. Per noi Çanakkale è soprattutto un simbolo di memoria, rispetto e pace».

Monumenti e cimiteri del Çanakkale Köprüsü

Monumenti e cimiteri del Çanakkale Köprüsü

Alla luce delle tensioni regionali, ho chiesto a Semih anche quale sia la percezione in Turchia rispetto alla guerra che coinvolge l’Iran.

“Pure nel nostro paese osserviamo con grande preoccupazione ciò che sta accadendo. Noi siamo musulmani e anche il popolo iraniano è in gran parte musulmano. Tuttavia, tra le nostre società esistono differenze storiche e religiose. In Turchia la maggioranza della popolazione segue la tradizione sunnita dell’Islam e cerca di vivere secondo i principi della propria fede. In Iran, invece, la tradizione dominante è quella sciita, che ha sviluppato nel tempo un percorso politico e religioso diverso”.

Quali sono stati i rapporti tra Iran e Turchia?

Nel corso della storia recente i rapporti tra i nostri paesi sono stati complessi. In Turchia spesso si percepisce che l’Iran non vede il nostro paese come un alleato naturale, anche a causa del fatto che la Turchia ha scelto una strada più vicina all’Europa e all’Occidente. In alcuni momenti Ankara ha anche accusato Teheran di sostenere gruppi che destabilizzano la regione.

Nonostante queste differenze, la maggioranza dei cittadini turchi non desidera alcuna guerra. Il popolo iraniano è per noi un popolo vicino e rispettato. Inoltre in Iran vivono milioni di persone di origine turca, e naturalmente non vogliamo che subiscano alcun danno. Iran e Turchia sono paesi confinanti e condividono una storia e una geografia comune. Per questo motivo la Turchia ha sostenuto fortemente gli sforzi diplomatici per evitare un conflitto. Ankara ha anche proposto di ospitare dei colloqui di pace a Istanbul per riunire le parti e favorire il dialogo. Tuttavia queste proposte non sono state accettate e si è preferito discutere altrove, ad esempio in Oman. Forse, se i negoziati si fossero svolti a Istanbul, la situazione avrebbe potuto prendere una direzione diversa.

Che speranza ci può essere secondo te di una soluzione al conflitto in corso?

Oggi la speranza principale è che la diplomazia prevalga e che la pace possa essere preservata nella nostra regione. Credo che l’Italia e la Turchia abbiano una posizione molto simile su questa crisi: entrambi i Paesi desiderano soprattutto la pace e la stabilità nella regione. Nessuno vuole che la guerra si allarghi o che nuovi conflitti portino ulteriore sofferenza ai popoli.

Sia l’Italia sia la Turchia sostengono che la diplomazia debba avere un ruolo centrale. Solo attraverso il dialogo tra i paesi e attraverso negoziati seri si può trovare una soluzione duratura.

Un altro aspetto importante riguarda le risorse energetiche della regione. Se i conflitti continueranno, quando le risorse petrolifere inizieranno a diminuire potrebbero nascere ancora più tensioni e problemi. Per questo motivo sarebbe importante che le risorse energetiche della regione potessero venire gestite in modo equilibrato e condivise con il resto del mondo, contribuendo alla stabilità economica globale.

Da noi molti cittadini sperano che prevalga il buon senso e che la comunità internazionale riesca a fermare la guerra prima che provochi conseguenze ancora più gravi. Penso che i popoli iraniano e turco la pensino allo stesso modo riguardo a questo tema. In generale le persone non vogliono lasciare la propria patria e preferiscono restare nel proprio paese anche nei momenti difficili. Per questo motivo al momento non si vede un grande movimento di persone che cercano di fuggire verso la Turchia. Molti iraniani, come molti turchi, hanno un forte legame con la propria terra e con il proprio Paese. Al momento non è una situazione paragonabile a quella che abbiamo visto durante la guerra in Siria. Naturalmente, se il conflitto dovesse durare a lungo e creare gravi difficoltà economiche, allora alcune persone potrebbero prendere in considerazione l’idea di spostarsi nei paesi vicini, tra cui anche la Turchia.

Trincee

Trincee

Riguardo alla Siria cosa mi puoi dire?

La Turchia ha avuto un ruolo importante negli sviluppi recenti in Siria e continua a sostenere gli sforzi per la stabilità del paese. Ankara afferma di voler contribuire alla ricostruzione e alla sicurezza della Siria e di sostenere i diritti dei cittadini siriani, affinché possano vivere nel proprio paese in sicurezza.

Secondo la posizione ufficiale turca, uno degli obiettivi principali è preservare l’integrità territoriale del Paese e impedirne qualsiasi processo di divisione. Per questo motivo la Turchia sostiene che la stabilità e l’unità della Siria siano fondamentali per tutta la regione.

E riguardo ai curdi?

In Siria esistono diverse comunità etniche e politiche, tra cui la popolazione curda. La questione curda è complessa e ha molte dimensioni politiche e storiche. In Turchia, milioni di cittadini di origine curda vivono come parte della società turca e sono cittadini dello Stato turco. Il dibattito su questi temi è molto sensibile nella regione e molte persone sperano che in futuro si possa trovare una soluzione politica che garantisca stabilità e pace per tutti i popoli della Siria.

Il reportage fotografico che accompagna questo articolo è di mia realizzazione ed è stato scattato nell’estate del 2025. Le immagini, dedicate ai luoghi della memoria, tra la statua di Atatürk e gli oltre ottanta cimiteri dei soldati caduti, raccontano il silenzio e la solennità di quegli spazi, dove la storia continua a vivere nella memoria collettiva e nel paesaggio stesso.

Maria Gabriella Asparaggio