Ritorno ai confini dell'Ucraina: episodio 11 - Intervista a Sergej, l'ex camionista trasportatore di soldati

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La rubrica di Maria Gabriella Asparaggio continua con l'intervista a Sergej, ex camionista oggi trasportatore di soldati, feriti e morti avanti e indietro dal fronte di guerra.
Alcune riflessioni
Ricordo che il popolo ucraino si sta difendendo dall'invasore russo. C'è chi difende il proprio territorio, la propria casa, chiudendo la porta, installando antifurti e telecamere: nessuno, bene o male, lascia la porta aperta. Anche il nostro articolo 11 della Costituzione ripudia la guerra come strumento di offesa, offesa che nella fattispecie è stata compiuta dalla Russia di Putin il 24 febbraio 2022. Purtroppo siamo di fronte a un Davide contro Golia. L'Ucraina fa gola alla Russia nella sua parte orientale e meridionale e all'America a occidente: rischia di essere spartita come una noce di cocco, mentre la Cina fa affari insieme con Iran e Turchia. L' Europa, divisa, insignificante e dipendente dagli Stati Uniti, raccoglierà le briciole, anche perché noi stessi italiani abbiamo già piantato il dente sulla ricostruzione. Intanto, i fiori dell'Ucraina stanno morendo sotto la neve d'inverno.
Intervista a Sergej
Risiedendo in questi giorni in Ucraina, in una zona di addestramento e di passaggio di soldati, vengo informata dell'arrivo di Sergej dalla regione di Cherson, dove sono in corso evacuazioni della popolazione. Per ragioni di sicurezza mi chiede di non nominare con precisione le città in cui, in questo momento, la battaglia è terribile. Le persone evacuate da Cherson vengono condotte a Kiev e poi verso Lviv e i Paesi dei Carpazi ucraini.
Sergej è amico di Ivan, di cui abbiamo già riportato l'intervista, e, quando sono sulla linea zero, vivono nella stessa casa. Ha sui cinquant'anni, è divorziato e ha due figlie. In passato faceva il camionista in tutta Europa; oggi trasporta soldati, feriti e morti avanti e indietro dal fronte. È partito volontario. Da tre anni è in guerra. È stato ferito alla testa riportando una brutta contusione, ma dopo la guarigione è tornato al fronte. Mi mostra le foto del suo amico che gli faceva da navigatore: durante un incidente è rimasto ferito ed è mutilato a un braccio.
La mamma di Sergej ha 84 anni e vive in una zona di occupazione russa. Mi dice è pericoloso restare là, ma lei non vuole abbandonare la sua casa: è un'irriducibile nella sua resistenza contro i russi, nonostante l'età. Vuole che si ritirino dalla sua terra.
Nel suo lavoro Sergej conduce il prima linea uomini sulla cinquantina, dopo un mese di addestramento. Dice che non si arrenderanno, che non vogliono finire sotto la Russia. "Sì, questa guerra durerà ancora a lungo. Lasciamo che la Russia affondi", mi dice.
Anche una delle sue figlie, una bellissima donna di trent'anni, è arruolata nell'esercito come psicologa per sostenere i soldati e i feriti.
Sergej mi spiega come il profondo senso di orgoglio impediscano al suo Paese di sottomettersi a un potere esterno. Richiamandosi all' eredità storica dei cosacchi, Sergej descrive gli Ucraini come un popolo che si percepisce intrinsecamente libero. In questa visione, la ricerca dell' autonomia è così radicata, che la morte è considerata preferibile a una vita sotto il dominio dell' oppressore russo. Una determinazione culturale che, in questo conflitto, continua a prevalere sulla logica della sopravvivenza.
Nel video qui di seguito, racconta del suo popolo e di come preferisca morire che finire sotto l'oppressione russa:
Maria Gabriella Asparaggio




