Ritorno ai confini dell'ucraina: episodio 10 - In collegamento con Savigliano

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Negli ultimi giorni di permanenza in Ucraina, Maria Gabriella Asparaggio decide di recarsi presso la Comunità Cenacolo di Crehiv, aperta da pochi mesi e che di recente ha visto anche il passaggio del saluzzese don Stefano Aragno.
Sulla strada del ritorno a Shklo, la nostra corrispondente si ferma con i suoi accompagnatori presso il cimitero locale, per un silenzioso ma profondo saluto.
La Comunità Cenacolo di Crehiv
I giorni scorrono veloci e prima di tornare in Italia desidero andare presso la Comunità Cenacolo che si trova a Crehiv, nei pressi di Lviv. Mi accompagnano Vasilj di Shklo, il papà che ho intervistato l'altro giorno, che ha perso il figlio in guerra, e Maria, sua moglie.
Ci fermiamo prima al mercato di Novojavorisk, perché Maria deve fare due compere. Scatto delle foto alle donne che arrivano dalla campagna a vendere i loro prodotti: uova, formaggio, galline. Loro testimoniano un'economia agricola ancora arretrata.
Ripartiamo per Crehiv. La strada taglia la foresta. Questa è una zona bellissima, con laghetti, fiumi e animali. Nei boschi che circondano Lviv sono sempre più presenti fagiani, volpi, cervi, cinghiali, lepri, perché da quando è iniziata la guerra è vietata la caccia, quindi la zona si sta popolando alquanto. Qui si aggirano anche gli orsi, come si legge sui cartelli a bordo strada.
Raggiungiamo la Comunità che è stata aperta da un paio di mesi. Di recente è stato qua anche don Stefano Aragno, della Cenacolo di Saluzzo. La foto di suo papà Domenico, conosciuto a Savigliano, perché aveva il negozio Dolcaf, e mancato qualche mese fa, è esposta sopra al caminetto. Ci sono 7 operatori che arrivano da Italia, Slovenia, Croazia, Bosnia, Polonia.
Ci accoglie don Ubert: ci dice che siamo arrivati per la festa, perché si festeggiano i 36 anni di Marzil, il responsabile della Comunità, che ha cucinato per tutti un magnifico piatto slovacco e una buonissima torta. Nel pomeriggio a Lviv si terranno i primi colloqui per accogliere nuove persone, mentre al momento gli ospiti sono 4 oltre agli operatori. Francesco mi racconta com'è nata la comunità e ci fa da cicerone. Loro risiedono nella casa concessa dai monaci Basiliani che vivono nel bellissimo santuario adiacente alla Comunità. È proprio grazie all'aiuto di questi monaci che è sorta la Cenacolo di Crehiv.
Loro, più di dieci anni fa, erano stati in Italia a studiare e avevano conosciuto la realtà della Cenacolo. Finita l'esperienza erano tornati in Ucraina. Con la guerra i ragazzi che cercano aiuto non possono uscire dal Paese, né chi ha fatto esperienza di comunità può testimoniarla all'estero, così, memori della precedente esperienza italiana, hanno deciso di supportare a Crehiv la nascita della comunità Cenacolo. "Speranza Viva" è il nome che hanno dato a questo progetto. E oggi più che mai con la guerra c'è bisogno di avere sia la speranza sia una comunità. Francesco aggiunge che lì la fede greco cattolica è molto forte e radicata forse come era in Italia anni fa.
Questo è il monastero di Crehiv dedicato a San Nicola. È un luogo di pellegrinaggio molto frequentato. Francesco mi racconta che ogni giorno alle 9 i monaci suonano le campane i cui rintocchi giungono al paese per invitare ad osservare il minuto di silenzio in vigore in tutta l'Ucraina.
Il momento più toccante è quando ci colleghiamo in videochiamata con Irena Raic della comunità Cenacolo di Savigliano e con suo padre. Loro condividono il proprio dolore per aver perso fratello e figlio a Mostar, in Bosnia, nella guerra contro la Serbia, con Vasilj e Maria, che hanno appena perso il figlio in Ucraina.
Il triste ritorno a Shklo
Tornando a Shklo facciamo tappa presso una chiesa dove si ritrovano gli ucraini per pregare affinché finisca questa guerra che sta sterminando il loro popolo.
A Shklo ci fermiamo al cimitero da Eugenij. Ormai conosco la strada e la tomba di quel figlio adorato. Non voglio riprendere i genitori. La mamma controlla che le fiammelle dei lumini non siano spente. La tomba è impeccabile. Poi abbraccia e bacia la lapide del figlio. Questo dolore è sordo e profondo e quotidiano. Questa è la guerra: una madre che piange, sempre, ogni giorno e che trova la forza di continuare a vivere.
L'ultima tappa è a casa di Maria, la giovane donna che ha perso il marito e che ho intervistato per prima. Mi accolgono con calore, mi regalano dei dolci da portare in Italia e non vogliono nulla per il disturbo. Chiedo perché tutta questa accoglienza. La risposta viene da Maria: "Il desiderio di Vitalij e il mio è che più persone nel tuo paese vengano a conoscenza della guerra e che finisca il prima possibile". È una chiara richiesta di aiuto affinché possano difendersi e chiudere con la Russia. Loro non chiedono uomini ma armi per difendere la loro capitale, i loro paesi, il loro popolo.
Maria Gabriella Asparaggio



